Perché il nonno è morto prima del mio compleanno?

Non ci sarà quando io farò la prima comunione, non ci sarà quando farò il compleanno, non ci sarà quando….». E da lì un elenco di occasioni nelle quali il nonno non sarà presente. Perché il nonno, nella notte, ha fatto il suo transito. Il Signore è tornato e lo ha preso con sé. Così quando il papà gli ha detto che il nonno non c’era più, Giuseppe di appena otto anni, con la disarmante semplicità dei bimbi, ha colto immediatamente il dramma della morte: l’assenza.

Quel non-esserci-più che è l’incommensurabile tragedia della partenza di qualcuno che amiamo. Perché la vita continuerà, ci saranno altre feste, altri dolori, altri Natali, altri compleanni, ma niente sarà come prima, perché qualcuno mancherà. Il nonno sarà assente, Giuseppe avverte bene il dramma di non poter crescere in sua compagnia.

Mi ha colpito tanto il racconto della lista dei ‘non ci sarà’ di questo piccolo, perché è la protesta per un’ingiustizia subìta che non può passare sotto silenzio. È l’accusa, al modo di Giobbe, di chi protesta e pone Dio sotto accusa: ma non t’accorgi di me, di come soffro, dell’ingiustizia che sto patendo?

Anche se non direttamente rivolto a Dio, Giuseppe protesta in ultimo contro di lui, contesta l’irragionevole presenza della morte nella vita degli uomini. Protesta per un futuro senza qualcuno. Perché è vero che possiamo immaginare il futuro solo insieme a coloro che amiamo. La morte di una persona amata sembra tagliare via, in un lampo, il domani progettato e sognato, e l’assenza diventa vertigine del vuoto che coglie quando si deve immaginare il ‘dopo’ senza chi è partito per un altrove al quale non ci è dato accesso. Il lamento di Giuseppe, il lamento di Giobbe: la protesta di ogni uomo e di ogni donna che si trova davanti al dolore della perdita.

Giuseppe è un bimbo fortunato: la sua famiglia gli ha trasmesso la fede, conosce l’allegria della vita in parrocchia, l’amicizia con gli uomini di chiesa (uno zio vescovo e uno prete), insomma è circondato da un ambiente che da sempre gli ha parlato di Gesù, di questo amico presente in ogni situazione della vita. Aveva incontrato la morte della bisnonna, aveva già fatto i conti con la mancanza.

E anche questa volta i genitori hanno voluto che salutasse il nonno prima che fosse tumulato, non hanno avuto timore di far accostare questo piccolo alla salma del nonno, accanto alla quale ha pregato insieme gli adulti, rispondendo alla recita del rosario in maniera partecipe e serena, ultima preghiera prima dell’ultimo sguardo ad un corpo che da lì a poco sarebbe stato deposto nella terra, ad attendere. Ha partecipato alle due Eucaristie di commiato insieme alla famiglia, sereno, composto, rassicurato, pur nel dolore, dalla serenità che i suoi gli hanno comunicato: quel saluto è un arrivederci.

Il nonno che non ci sarà per la sua prima comunione, sarà presente in maniera nuova, percepibile nella fede, ma non meno reale di quella fisica. La liturgia della Chiesa risponde al suo modo alla protesta di Giuseppe: il nonno ci sarà.

Ci sarà nelle grandi occasioni e in ogni momento della vita del nipotino, più di prima, meglio di prima, libero da malattie e dolori, sciolto dai legami del peccato è ora presenza benedicente e vicina. Ci sarà fino al momento in cui nonno e nipote si ritroveranno, con tutti, proprio tutti, quelli che gli avranno fatto compagnia su questa terra.

E mentre penso al bimbo seduto in prima fila a un paio di metri dalla bara del nonno, prego per tutti quei bambini ai quali è stata negata la possibilità di questo ultimo saluto pensando di proteggerli, così, dallo scandalo della morte. Prego perché anche loro conoscano la ‘normalità’ della vita che è fatta anche del morire. Perché solo affrontando a viso aperto la morte, si può in qualche modo lenire il dolore dei tanti “non ci sarà”.

 

su: Avvenire, 15 febbraio 2022

Oratorio chiuso per maleducazione?

Oratorio chiuso, don Mazzi fa discutere

 

COLLOQUI COL PADRE (don Stefano Stimamiglio, direttore di Famiglia Cristiana)

 Ho raccolto due fra le varie lettere – che mi sono giunte in merito all’edi­toriale di don Antonio Mazzi sul fatto di cronaca locale legato alla chiusura (temporanea, come si è sa­puto dopo, e non a tempo indeterminato come era stato inteso) dell’oratorio di Cicognara, provincia di Mantova, ma diocesi di Cremona, da parte del locale parroco, don Andrea Spreafico a causa di ripetuti e cattivi comportamenti (dettagliati in un cartellone pubblicato fuori dall’ora­torio) da parte di numerosi utenti, piccoli e grandi.

Don Mazzi, con la sua usuale e da tutti amata verve educativa, criticava la decisione del sacerdote e così scriveva: «Anche io sono molto preoccupato, non per il cattivo contegno dei maleducati, ma per il metodo usato dal prete arrabbiato dell’oratorio. Vivendo, io, tra ragazzi ben più difficili di quelli di Cicognara, non ho chiuso le comunità, ma le ho raddoppiate e ho preparato gli educatori, non i sorveglianti o i custodi. Perché il problema sta tutto qui, cioè nella presenza di adulti preparati che non vengono per “tenere in ordine”, ma per aiutare i giovani a crede­re più nella vita sana, sportiva, educata e amichevole».

Quale atteggiamento avere di fronte alla maleducazione e alla man­canza di rispetto in luoghi aperti a tutti e caratterizzati da un progetto educativo preciso, come quello di un oratorio par­rocchiale?

Tenerlo aperto, aumentando alcune modalità di controllo e investendo in “formazione”; o chiuderlo per un giorno, come poi è successo? Don Andrea ha scel­to la seconda via, aprendo così un interes­sante dibattito. Da quanto si legge nelle cronache locali, ha preso quella grave de­cisione come atto estremo (e «senza nes­suna rabbia», precisa lui) per richiamare con un gesto clamoroso piccoli e grandi a una forma di conversione, invitandoli così a un contegno e a una forma di rispetto adeguati al luogo e alle persone che lo frequentano. Sembra che la scelta abbia pagato: l’oratorio adesso è riaperto.

 

Gentile direttore, vorrei esprime­re un pensiero sulla riflessione di don Antonio Mazzi a riguardo del sacerdote che ha chiuso l’oratorio. A don Mazzi sembra una cosa assurda in quanto nella sua comunità ha dei casi sicuramente molto più gravi, però vorrei far notare che proprio da questa mancanza di educazione nell’oratorio di Cicognara cresceranno quei ragazzi che un giorno saranno accolti da Exodus … Don Andrea Spreafico ha tutto il mio sostegno. PAOLO DA LODI

 

Egregio direttore, scrivo a proposito dell’articolo di don Antonio Mazzi, in riferimento al provvedimento del parroco di Cicognara per la chiusura dell’oratorio. Premetto che non si mette in discussione l’efficacia educativa di don Mazzi all’interno delle comunità dove opera e dove sono presenti ragazzi violenti che hanno ucciso, assaltato banche e stuprato.

Il problema a mio avviso è un altro: esiste ancora l’autorità che legittima il rispetto delle regole, che garantisce l’ordine degli ambienti frequentati, l’uso della civiltà nei comportamenti interpersonali? Il fatto che si giustifichino trasgressioni di ogni tipo all’interno di contesti educativi (anche nella scuola i docenti non possono più proferire critiche, si buttano addosso a loro scarpe e altro) fa comprendere che l’emergenza educativa ha raggiunto livelli insostenibili.

La cosa ancor più grave è che a questi comportamenti lesivi delle buone maniere, si accompagnino comportamenti squalificanti di adulti che, invece di contribuire alla correzione, acuiscono la disattesa di regole.

A don Mazzi direi che ha fatto proprio bene don Andrea Spreafico, parroco di Cicognara, a interdire l’accesso all’oratorio: è venuto il momento di non interpellare gli psicologi o gli psichiatri e neanche i sociologi sulla questione giovanile, ma di rendere ancora credibile e rispettabile chi esercita funzioni educative e formative.

Mi spiace per lei, don Mazzi, non si deve estendere la realtà di una comunità dove lei opera, al contesto di una scuola e tanto meno di un oratorio. GERMANA MALCISI

 

don Andrea Spreafico

Sì, la Messa con Gesù vale il vestito della festa

L’elegante e impeccabile nota della Diocesi di Crotone, ripresa da Milano, lascia spazio alla buona fede e alle scuse sincere (che sono subito arrivate). Una leggerezza, certo, questa Messa galleggiante. E tuttavia, una leggerezza che appare generata dal peso che vuole essere accordato alla celebrazione: perché è questo che le ha fatto perdere l’equilibrio.

L’incidente si può certamente chiudere. L’occasione per riflettere, invece, potrebbe essere pacatamente frequentata con qualche vantaggio. Quanto teniamo alla Messa, nel momento in cui non abbiamo tutte le comodità a disposizione?

Nel periodo forte della pandemia, il problema si è presentato con una normalità del tutto inattesa. Non si trattava della circostanza del tutto occasionale in cui mancava il luogo adatto. Il luogo c’era, ma la sua normale frequentazione costituiva una condizione permanente di rischio, che la comunità non poteva sottovalutare. Possiamo discutere sui dettagli (allora tutti, però, erano costretti a improvvisare sull’incerto, a fronte di certezze obiettivamente drammatiche). Ma l’obbligo della prudenza era giustificato.

Molti preti sono rimasti comprensibilmente paralizzati. Qualcuno ha cercato una linea di resistenza nella concelebrazione fra sacerdoti, o per pochi intimi. E qualcuno si è pure inventato delle estrosità assai più imbarazzanti (come la lavanda dei piedi delle sedie).

Devo dirvi la verità: a distanza di tempo, anche alcune trovate che al momento mi avevano precipitato nello sconforto, ora le ricordo persino con una punta di tenerezza. Tutti abbiamo visto filmati e fotografie di chiese dove il sacerdote aveva appoggiato sulle sedie le foto dei parrocchiani che non poteva ospitare fisicamente.

Bene, oggi mi dico che probabilmente (senza colpa di nessuno, parlo anche per me) quei parrocchiani, dal vivo, non avevano ricevuto in così gran numero l’attenzione e l’affezione individuale che, in quel frangente, riceveva la loro immagine. La liturgia ‘ci tiene’ a noi. Non semplicemente perché le riempiamo le chiese, comunque sia: ma perché ha piacere di renderci presentabili al Signore, di presentarci e di essere riconosciuti da Lui. Nel Vangelo, ogni volta che accade, qualcuno guarisce. Fosse anche uno solo, diceva Gesù, lui (o lei) vale la festa di tutti.

Nell’Eucaristia, il Signore ci incontra nel suo corpo proprio: non semplicemente attraverso il corpo d’altri. E noi sappiamo, dal Vangelo, che cosa significa essere interpellati, toccati, nutriti dal corpo del Signore. (La presenza eucaristica si chiama ‘presenza reale’, per antonomasia, per questa ragione, non perché la sua presenza nel mio fratello e sorella sia finta).

Bisogna che accada, dunque. Non semplicemente perché debba misurarsi di volta in volta sul nostro desiderio, sul nostro sentimento, sulla nostra emozione, sul nostro bisogno. Bisogna che accada, in viva memoria di Lui, fino a che Egli venga. Semplicemente.

L’epoca della Messa sottocasa, programmata per riempire tutti gli orari e tutti gli spazi della chiesa, sta per congedarsi. Non sarà da sostituire con il servizio in camera (per noi lo era già diventato). Il megaraduno dell’assemblea che riempie la chiesa o lo stadio diventerà più raro (e sperabilmente più genuino).

La Messa diventerà certamente più preziosa. Il suo luogo sarà più prezioso; il suo tempo sarà più prezioso. Ci saranno più ospiti che fedeli, però: come del resto ai tempi di Gesù. E sarà bellissimo.

Molti abbonati che ora fanno i difficili forse troveranno la cosa troppo scomoda, e perderanno la strada. Molti che non pensavano di avere un posto saranno stupiti ed emozionati di non essere più ‘quelli di fuori’, con Gesù che passa fra i tavoli: con tanto di foto.

Certo, dovranno avere la delicatezza di indossare almeno il vestito della festa, visto che tutto il resto è gratis.


Riflessioni in margine al caso della celebrazione galleggiante SÌ, LA MESSA CON GESÙ VALE IL VESTITO DELLA FESTA di Pierangelo Sequeri, su Avvenire 28/07/2022

le parole dell’Ave Maria

il catechismo 2020-2021

Cari genitori ,

Vi ricordiamo che lunedì 9 novembre ricominciano gli incontri di catechismo, secondo gli orari indicati e nei giorni fissati.
Ci vediamo sotto il tendone della parrocchia, per poi entrare in teatro mantenendo il giusto distanziamento.
Vi ricordiamo di portare:
– mascherina
– quaderno rivestito con copertina plastificata
– astuccio completo di colori, forbici e colla

Vi chiediamo cortesemente di avvisarci nel caso in cui i bambini fossero assenti, in modo da poter allestire gli spazi per il giusto numero di bambini.
Grazie!

Celebrazione unitaria della Cresima e Prima Comunione

Estate al Crocifisso: Incontro con i Carabinieri

Un passo avanti nella preghiera