Ritrovarsi è cambiare

Francesco Ognibene – su AVVENIRE 22 ottobre 2021

RITROVARSI È CAMBIARE

Quanto sia prezioso ritrovarsi si fa chiaro quando succede davvero. È così, e non c’è crisi in grado di far fuori questa umana realtà: nulla vale l’incontro diretto, l’occasione per vedersi, l’abbraccio forse solo accennato, in ossequio alle prudenze sanitarie, lo scambio diretto (e vigoroso) di idee e di esperienze.

C’è in questa stagione di ripresa cauta, eppure ogni giorno più convinta, la felice constatazione che siamo ancora noi, vivi e inquieti, in cerca degli altri e di noi stessi. Di progetti, di amici, di interlocutori seri.

Abbiamo ancora bisogno di condividere quel che ci preme, l’impegno che muove la vita. Vedersi tra chi sente di dover dare corpo a speranza e futuro, cercandone intanto i germogli dovunque spuntino, è indispensabile soprattutto per non pensarsi isolati, forse illusi, campioni di navigazione solitaria e vana, e sapersi viceversa dentro un cammino che è di tanti con lo stesso sguardo di attesa del meglio ancora da venire. Incontrarsi, allora, è necessario semmai più di prima.

Della Settimana sociale nazionale di Taranto dunque c’era un gran bisogno, proprio ora che si riprende la strada. Ora che il Paese si rimette in piedi, che la Chiesa avvia l’esperienza sinodale, ora che si aggrovigliano segnali di fiducia e di incertezza, idee e sogni con ferite che restano e altre che si aprono. Ora che ovunque si avverte la fretta di lasciarsi la notte alle spalle: proprio ora bisogna ritrovarsi, rivedere volti e vite che ci sono familiari, fare nuove conoscenze tra chi percorre la nostra stessa strada, magari con altro ritmo e stile, forse con una diversa mappa tra le mani.

Con una meta comune, però: dovunque si può, «proporre percorsi di cambiamento duraturi», per dirla con l’espressione che il Papa ha affidato ai 670 delegati dalle diocesi di tutta Italia convenuti nella città pugliese, purtroppo segnata da anni di sviluppo e di crisi ugualmente insostenibili. In quattro parole ha tracciato un intero programma per oggi e domani. E un buon motivo per non perdersi di vista, perché la pandemia ci ha spiegato a modo suo che sentirci ed essere una comunità variegata e viva è la condizione per affrontare ogni prova e preparare un futuro abitabile.

Da Taranto la Chiesa italiana sta dicendo al Paese che serve tornare a guardarsi negli occhi, ma davvero, perché la tecnologia digitale – che pure sta ancora dando una mano a non lasciar smagliare il tessuto ecclesiale e civile – va usata bene (e non va lasciata a chi la usa male), ma mai potrà comunicare la gioia generativa di chi si ritrova dopo mesi di obbligati contatti a distanza. E il primo appuntamento in Italia allestito dopo la stagione dei lockdown da una ‘grande organizzazione’ diffusa e davvero popolare, con centinaia di partecipanti in rappresentanza di milioni e milioni di ‘partecipi’, è un segnale potente di fiducia. Un modo per dire forte e chiaro, da cattolici e da cittadini, ‘bentornato, domani’, e ‘benvenuti, in un tempo d’impegno’.

Rimettersi in marcia è molto ma non è tutto: serve farlo con coraggio e ambizione di bene, e farlo insieme, sentendosi responsabili degli altri, facendo posto a chi non ne aveva mai avuto. Non è la stagione dell’indifferenza, né di quella libertà tutta a scartamento individuale che ci vogliono far bere come buona. Non c’è più spazio per parole vuote. Non può essere il tempo dell’apatia e della delega di pensieri e fatti, come se altri potessero prendere il nostro posto. Se non ci siamo, semplicemente mancherà quel che potevamo dare. Che è molto. E forse neppure abbiamo idea di quanto può servire.

Ecco perché è così necessaria Taranto, e il suo clima sociale e ambientale. Giorni insperati, e invece eccoci di nuovo a cercare l’orizzonte insieme. «Questo appuntamento ha un sapore speciale – ha detto il Papa ai delegati –. Si avverte il bisogno di incontrarsi e di vedersi in volto, di sorridere e di progettare, di pregare e sognare insieme». Non siamo organizzatori di convegni: siamo la Chiesa che sente la stagione che viviamo come un’occasione inimmaginabile per essere se stessa ancor più di prima. E mai solo per se stessa. È l’alba del seminatore. Ed è chiaro qual è il campo che ci attende.

Alberto Pellai 

BAMBINI DELLA SCUOLA PRIMARIA CHE GUARDANO “SQUID GAME”

“Sono un’insegnante di scuola primaria con 2 classi quinte. In questi giorni è venuto alla luce la visione da parte di gran parte dei miei alunni della serie SQUID GAME visibile su una piattaforma che trasmette principalmente serie televisive. Ho trascorso 2 giorni a colloquiare con i miei alunni per capire come lo avessero conosciuto, come e con chi lo avessero visto e il tipo di emozione o motivazione che suscitava in loro. La trama è la costrizione di persone povere, emarginate e problematiche si giocare a 6 giochi (tra cui 1,2,3 stella): la pena per l’errore del gioco è la morte attraverso delle bambole che uccidono gli sconfitti. La serie è coreana e la visione è in lingua originale con i sottotitoli. Durante la ricreazione li vedo spesso giocare a 1 ,2, 3, stella simulando la squalifica dei compagni con il gesto della pistola. E io che fino a poco tempo mi ero quasi commossa nel vederli giocare in gruppo a dei giochi dei vecchi tempi. Solo ora traggo l’amara realtà”.
Questo è uno dei tanti messaggi che ho ricevuto in questi giorni da parte di adulti preoccupati perché bambini della scuola primaria sono diventati spettatori fedeli della serie televisiva “Squid Game”.
Io non l’ho vista. Quindi sto parlando di qualcosa che non conosco, ma di cui ho letto molto.
So che la serie è incentrata su adulti coinvolti in un torneo di giochi tipici dell’infanzia, per cui riceveranno cospicui premi in denaro. Però se vengono sconfitti, saranno uccisi. La serie è sconsigliata a chi ha meno di 14 anni, ma l’evidenza di moltissimi docenti ed educatori è che sia entrata nelle preferenze e nelle scelte di visione di molti bambini e bambine, ragazzi e ragazze preadolescenti.
La violenza della serie è anche graficamente molto “spinta” ed esplicita: quando si viene uccisi, schizza sangue dappertutto. Gli insegnanti dicono che i bambini ci ridono su e si tranquillizzano vicendevolmente dicendosi “tanto non è sangue vero, è sugo di pomodoro”. In molti hanno chiesto che io commentassi tutto ciò.
Non posso che riprendere ogni singolo concetto espresso nel nostro libro “Vietato ai minori di 14 anni” (De Agostini ed.): quando sei bambino/a o preadolescente la tua mente non è in grado di gestire la complessità di alcune esperienze a cui puoi avere accesso, ma per cui non possiedi competenze emotive-cognitive di rielaborazione e integrazione dentro di te.
E’ qualcosa di cui noi genitori dobbiamo essere assolutamente consapevoli. Altrimenti nella vita dei nostri figli entra il peggio e nella loro mente, dimensioni ed esperienze che hanno significati e risvolti emotivi enormi (la vita e la morte lo sono; la violenza fine a se stessa lo è; il gioco che si trasforma in esperienza per vincere soldi o per subire la morte lo è) si depositano in modo caotico e disorganizzato.
Potendosi anche trasformare in esperienze traumatizzanti, ovvero che il soggetto non riesce a gestire nella propria psiche. E perciò ne rimane disturbato e impattato.
Bambini che guardano “Squid game” e poi ne simulano le azioni nel loro gioco durante l’intervallo scolastico forse stanno semplicemente imitando ciò che hanno visto. O forse ci stanno comunicando che dentro di loro è entrato “qualcosa” che devono buttare fuori, perché non sanno dove metterlo. Il gioco è il loro modo per tentare di farlo.
Ma il gioco non fa miracoli e certe cose possono “tatuarsi” nella loro mente e da lì non uscire più.
Come psicoterapeuta, rimango tuttora colpito da quanti pazienti adulti mi hanno raccontato di non aver mai superato la traumatizzazione conseguente a certi film dell’orrore visti da bambini o adolescenti; primo fra tutti ”L’Esorcista”.
La problematicità sta nel fatto che certi contenuti non vengono “metabolizzati” quando la mente non ha le competenze per riuscire a farlo. E la mente dei bambini e dei preadolescenti non è in grado di metabolizzare i contenuti di una serie come “Squid game”.
Anche se non l’ho vista, per tutto ciò che ho letto di questa serie e per il mestiere che faccio questa cosa la posso affermare con certezza.
“Vietato ai minori di 14 anni” non è un messaggio che reprime la crescita: in casi come questi la protegge, la sostiene e la promuove.
E forse noi adulti dovremmo smetterla di affermare “ a priori” che è “vietato vietare”, la cosa più frequente che mi sono sentito dire in quest’ultimo mese, dopo che è uscito il nostro libro che ha osato mettere questo verbo nel titolo.
Dovremmo fare una lunga riflessione su quanto è tossico l’ambiente in cui stanno crescendo i nostri figli, ma soprattutto su quanto siamo diventati fragili noi adulti nel fare il nostro mestiere di adulti.
Adulti con la A maiuscola non permettono ai bambini di vedere “Squid game”.
E in una società civile si dovrebbe fare di tutto perché ciò non avvenga.
Altrimenti l’unica cosa che succede è che qualche adulto ci pensa su solo dopo aver letto un post come questo su un social network.
Che è appunto un singolo post in mezzo a migliaia di altri post, che nello stesso social network, celebrano ed esaltano questa serie tv.
Leggete e fate leggere questo messaggio ad altri genitori, se lo ritenete opportuno.
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Il referendum e il falso mito delle cosiddette “droghe leggere”

Antonio Mazzi – su FC 40/2021

Il referendum e il falso mito delle cosiddette “droghe leggere”

 

Non riesco a capire perché il vaccino secondo alcuni sia quasi diffusore di morte e la cannabis invece sia un medicinale che per i suoi effetti benefici viene appena dopo il “sangue di san Gennaro” e l’invenzione della penicillina.

Credo che i miei quasi quarant’anni di vita con i tossicodipendenti possano testimoniare quanto siano intossicati (c’è anche una tossicità intellettuale) i promotori del referendum e coloro che l’hanno sottoscritto.

Quasi tutte le persone (e sono state migliaia) che sono passate per le mie trenta comunità avevano cominciato con le cosiddette “droghe leggere”. Purtroppo, sono stati centinaia i morti. Alcuni nomi sono scritti su una parete del­la nostra cappellina. Quelli che non sono morti, sono tornati sulle piazze, nelle galere, negli ospedali per l’Aids e nei cimiteri.

Per fortuna nemmeno un terzo dei miei ex ragazzi ha fatto questa fine. Però, i tossici intellettuali dicono che noi raccontiamo favole perché a detta di queste persone anche io, come gli altri miei colleghi, viviamo, sfruttiamo e facciamo i nostri affari proprio con la scusa delle droghe.

Non perdo tempo per riportare statistiche e percentuali. Solo mi rattrista pensare che queste scemenze passeranno in Parlamento e riempiranno i giornali per settimane trascurando problemi ben più gravi.

In Italia, certo, sono state legalizzate le cose più strane… E c’è persino chi ha tentato addirittura di associare il Green pass ad Auschwitz!

Forse ha ragione il nostro presidente Sergio Mattarella quando nel discorso tenuto a Pizzo Calabro per l’inaugurazione dell’anno scolastico ha detto che i ragazzi sono migliori dei loro genitori e dei loro insegnanti.

Cito frasi del discorso: È incoraggiante e importante l’adesione dei giovani alla campagna vaccinale: numeri che speriamo diventino sempre più grandi. Non di rado in famiglia sono stati proprio i giovani a spiegare le buone ragioni dell’immunizzazione, a rompere gli indugi e a fare per primi il vaccino, anche quando i genitori tentennavano. Volevano uscire da casa i ragazzi, tornare con gli amici, e così hanno aiutato tutta la società. Quando nascono grandi speranze sociali, i giovani sono protagonisti. Qualche volta le esprimono con radicalità. Con le scuole riaperte si allacciano i fili che si erano interrotti o che erano diventati più esili: certo, anzitutto lo studio, ma anche le relazioni, le amicizie, l’insieme di quelle esperienze cosÌ decisive nella vostra formazione. E questo trasmette energia a tutta la comunità nazionale. •

 

L’era della comunità infinita

da Avvenire 22/08/2021 
(questo è un estratto; vai all’articolo integrale)

L’era della comunità infinita

di Luigino Bruni

 

Comunità è parola tornata centrale. Invocata nelle solitudini e nella malattia, cercata e agognata quando le ‘community’ virtuali ci hanno sfinito e sentiamo il bisogno di respirare. I suoi legami caldi e forti ci chiamano e non ci lasciano in pace. La comunità sta però cambiando forme così rapidamente da non riconoscerla (quasi) più.

La metamorfosi è in atto ovunque, ma è molto evidente nell’ambito delle religioni e nelle Chiese, che senza comunità muoiono per diventare sterile consumismo psicologico ed emotivo. È infatti all’interno delle Chiese e delle religioni dove più si avvertono la nostalgia e la malattia della comunità, dove si ode forte il suo grido di richiamo, il suo S.O.S., il suo urlo.

Qualsiasi futuro dell’esperienza spirituale e religiosa non può oggi fare a meno di ripartire da una profonda riflessione, onesta e radicale, sulla comunità, con il coraggio di spingerla fino alle sue estreme conseguenze. […]

Le vecchie e nuove comunità desiderose di futuro dovrebbero iniziare a prendere molto più sul serio l’urgenza di un cambiamento importante della vita comunitaria. E invece la fanno poco, credendo che il rinnovamento necessario consista in un ritorno al carisma dei primi tempi, o in una nuova radicalità spirituale. E così investono le poche energie residue in battaglie secondarie che poi diventano le uniche e quando le forze in campo sono poche, sbagliare battaglia diventa fatale.

Servono nuove forme di vita comunitaria. Ma non è semplice capirlo, perché la scarsa ‘domanda’ di vita comunitaria oggi proviene spesso da persone fragili in cerca di appartenenze forti, attratte dal ricordo delle comunità di ieri. Tuttavia, nel nuovo ecosistema spirituale del XXI secolo sopravvivono solo realtà più liquide e meno strutturate, decentrate e meno compatte (…).

La domanda cruciale allora diventa: è possibile dar vita a comunità composte da persone libere e autonome evitando però il disfacimento della comunità stessa? La domanda non è retorica, perché tocca il primo vulnus delle comunità di ieri, che per sopravvivere in quanto comunità dovevano ridurre l’autonomia dei propri membri.

[…] Liberamente ciascuno donava la propria libertà, che una volta donata non c’era più, come in tutti i doni veri, e quei doni finivano per costruire mura per ‘proteggere’ quei doni. Le comunità alzavano attorno alle loro persone barriere all’uscita molto alte. Così le persone entravano e quasi mai uscivano (se non a costi altissimi, per le donne insostenibili). Mura fisiche, spirituali e psicologiche, tanto che quella volta che la porticina restava aperta l’uccellino restava dentro la gabbia non avendo la forza di spiccare un volo in un mondo troppo ignoto, e magari da quella porta entrava il gatto.

Le comunità di oggi vivranno se abbasseranno le barriere fino ad azzerarle, trasformando le mura in ponti, perché sarà su quei ponti dove le nuove vocazioni potranno entrare.

C’è un urgente bisogno di una nuova povertà, quella che si esprime come rinuncia al possesso delle persone, la povertà più difficile da vivere nelle comunità, perché le persone sono l’unica loro ricchezza: e più si vive la povertà dei beni, più cresce la non-povertà delle persone.

Vivranno le comunità che sanno abitare sull’orlo del proprio precipizio (…). Facendo propria questa regola aurea: se vuoi avere persone generative, creative e libere devi generare una cultura dove le persone sono talmente libere da non poterle controllare negli aspetti più importanti della loro vita. Devi imparare a vivere in mezzo ad un grande via-vai di gente, in entrata e in uscita; perché generare persone libere significa metterle nelle condizioni di potersene un giorno anche andare via.

Le comunità, soprattutto quelle spirituali e ideali, dovrebbero porsi come loro obiettivo formare persone che non restino oggi per gli impegni presi ieri, ma per i sogni di domani. È il futuro, non il passato, lo spazio delle promesse capaci di liberare davvero le persone. Non si resta ricordando un passato che ci ha imprigionato ma immaginando un futuro che continua a liberarci e a liberare gli altri.

 

Disposizioni anticovid

Disposizioni per ripresa attività pastorali

Riprendono le attività “in presenza” di catechesi e formazione per i bambini, ragazzi e adolescenti.
La ripresa delle attività pastorali al chiuso deve avvenire nel rispetto rigoroso delle disposizioni che già conosciamo:

distanziamento tra persone di almeno 1 metro (valutando l’ampiezza del locale)
igienizzazione delle mani all’ingresso
utilizzo costante di mascherina
aerazione frequente dei locali
utilizzo in sicurezza di vari materiali e strumenti per la catechesi e la formazione.

Le famiglie siano coinvolte nell’autorizzare la frequenza dei figli e nel garantire che essi non abbiano febbre o non siano tenuti a osservare la quarantena.
È opportuno avere gruppi piccoli e stabili in modo da facilitare il rintracciamento di eventuali positività covid.
Così pure, visto che si va verso la buona stagione, si valorizzino maggiormente gli spazi all’aperto.